40 anni di insuccesi, ma…

By Michele Puccio | storytelling

Giu 25

Ieri sono diventato ufficialmente grande. L’attenzione mediatica di amici e parenti sugli “ANTA” è davvero tanta, quindi per quanto tu possa pensare che non cambierà nulla e che in fin dei conti è un compleanno come tanti altri, qualche riflessione nasce spontanea.

Ma voi, quando ripensate al passato è più facile che vi tornino alla mente i successi o gli insuccessi? Anche se nelle celebrazioni si parla più spesso dei successi e quasi tutti i titoli dei post ti ricordano come fare le cose fatte bene, oggi ho voglia di fare un salto nel passato e condividerne qualche episodio col mio pubblico.

Andiamo molto molto indietro nel tempo, avevo all’incirca 5 anni, fine del primo anno di elementari. Io ero di quelli che aveva fatto la primina, ovvero ero andato a scuola un anno prima, dicevano i miei, perché no, al più se perderà un anno andrà in pari. Oltre ad essere un anno avanti frequentavo una di quelle scuole non riconosciute e alle fine di ogni anno dovevo fare gli esami e i primi due li ho dovuti fare esternamente in una scuola pubblica in cui non ero mai stato e con insegnanti e bambini mai visti. Ricordo benissimo l’ingresso in quell’istituto, mio padre mi teneva per mano. Ricordo anche che speravo di finire accanto ad uno bravo… l’istinto alla sbirciatina comincia mooolto presto. Finito il compito la maestra ti chiamava alla cattedra e correggeva il compito davanti a te. Prima operazione sbagliata, seconda operazione sbagliata, terza operazione sbagliata… e bene si, quarta operazione sbagliata! Altro che le so tutte… le canno tutte. Dentro di me mi ero già detto, ecco è finita… Poi non ricordo più nulla e non so come, ma non persi neppure un anno, probabilmente reputarono che aver fatto un esame fuori sede era già stata una prova abbastanza dura per uno che era pure più piccolo di un anno. Arrivai così alla terza media avendo fatto 6 esami di fine anno, adesso quello della terza media è il primo, pensate che differenze.

Degli anni che vanno dalla terza alla quinta elementare, ricordo invece di una perfida vecchietta malefica che veniva ad interrogarci rigorosamente ogni lunedì mattina. Voi sapete perché? Io non l’ho mai capito, come se la maestra ufficiale non bastasse, lei si che era un angelo. Con la strega di Cenerentola non ricordo figuracce particolari, solo un senso totale di paralisi, terrore puro.

Il periodo delle medie passa abbastanza in scioltezza. Ricordo il rigore salesiano, dei selesiani di un tempo, che credo abbia inciso in modo significativo sulla mia forma mentis, ma almeno niente traumi particolari.

La musica cambia decisamente al terzo anno delle superiori. Tutte le certezze maturate per le ottime performance degli anni precedenti vengono cancellate dalla prima interrogazione di ragioneria, signore e signori, 4!. Mi ero fatto l’idea che forse prima di quel giorno io non avevo mai davvero studiato e che il bello, per modo di dire, doveva ancora arrivare.

Negli stessi anni mi accompagnava, compito dopo compito, la mediocrità in italiano. Non c’è che dire, ero costante, prendevo sempre 5, tranne l’ultimo compito dell’anno, in cui prendevo 6. Adesso che ho una moglie insegnante ho anche capito che i professori tendono ad essere più clementi a fine anno, per evitare di rimandare o bocciare qualcuno che tutto sommato ha altri pregi.

L’ultima carezzina limitante, direbbero così i miei amici piennellisti, era la famosa frasetta legata all’inglese… perché sa, mi figlio non è tanto portato per le lingue. Avete presente quando vi facevano leggere in classe? Praticamente mi sentivo come doppiato. Ogni parola che dicevo veniva poi ripetuta dall’insegnante nel modo corretto. Com’è possibile che se avevo il 50% di possibilità di pronunciare la parola nel modo corretto, optassi sempre il 50% sbagliato? Adesso ho scoperto che gli insegnanti moderni non ti correggono più subito perché altrimenti al ragazzino viene l’ansia di sbagliare e questo rallenta l’apprendimento, ma a suo tempo il problema non esisteva… non ero semplicemente portato…

Arriviamo all’università. Piccole scuole, piccole umiliazioni, grandi scuole… grandi…

Opto per Economia e Commercio, provenendo da ragioneria. Sapete qual è l’incubo di tutti in questi casi??? Ovviamente Matematica Generale, che di generale non aveva niente, il risultato doveva essere sempre perfetto! Derivate e integrali signore e signori, che non sono due cereali per il latte al mattino. Insomma, veniamo al punto. Compito scritto, ricordo come se fosse ieri la consegna. Lo prendo in mano e invece di un voto o una sigla vedo il disegno di un paio di occhiali. Occhiali??? Occhiali direte voi? Il prof. mi spiega dopo: ” Dov’è il suo compito???”. Ed io che pensavo di averlo fatto pure discretamente… no comment. Comunque la storia finisce bene, ho strappato il 18! Alè!!!

Figura simile per il primo esame di Matematica Finanziaria. E dire che mi sentivo abbastanza preparato, ma davanti ad uno di quei problemini alla presenza della prof. all’orale, mi sembrava di sentire l’eco nel cervello. Il vento soffia forte nel deserto del lontano West… suggerimenti non ne arrivavano e così arrivò una bella mandatura (si diceva così, vero?).

Imparai anche perché a volte è meglio inginocchiarsi davanti al potere. A fare i no global non sempre ci si guadagna o meglio, io ci avevo guadagnato 3 bocciature di fila. Diritto Tributario, eccolo lui, bello, che voleva ripetuti a memoria solo e soltanto i suoi appunti, perché non importa se hai studiato il libro (oltretutto da lui consigliato) benissimo, tu povero studente non avrai altri appunti all’infuori dei miei. Al quarto tentativo studiai i suoi appunti… ovviamente promosso.

Visto che non volevo farmi mancare mai nulla, oltre allo studio invernale c’erano i lavoretti estivi. Ricordo che feci la prima esperienza nell’estate dei miei 16 anni e la prima esperienza seria fu con i miei 18 anni. Classica multinazionale con tanti dipendenti, dove lungo le gerarchie ci si dava rigorosamente del lei condendo il nome con il titolo, Dott., Ing. ecc. Uno dei più autoritari era il direttore tecnico, uomo tutto di un pezzo. Ricordo perfettamente quel giorno che entrai nell’ufficio della sua assistente per portare una lettera e trovai anche lui. Io intimorito di disturbare non dissi una parola e invece lui si! Mi guarda con disgusto e dice: “Lei non saluta quando entra in un ufficio?”. Il sangue gelò tutto di un colpo. Poteva mai finire così, ovviamente no. Era mattina, ero alla fotocopiatrice e fare il mio duro lavoro da Copy Manager. La fotocopiatrice era accanto al bagno degli uomini. Vedo entrare il mio collega d’ufficio con cui avevo parecchia confidenza. Passano un paio di minuti e sento riaprirsi la porta, senza voltarmi, convinto di avere alle spalle il mio collega me ne esco con una parolaccia sarcastica, con un po’ di slang meridionale, che per rispetto nei vostri confronti non riporto, mi volto e chi vedo? Il supremo direttore tecnico, sempre lui, volevo sprofondare sotto terra. Mi guardò stranito, ma secondo me mi salvò il fatto che non aveva davvero capito cosa avessi detto.

Finita l’università decido di fare un corso che si svolgeva in parte on line e in parte in aula di amministratore di Windows 2000 Server e di Sql Server (Five Years Out già ai tempi). Indicativamente siamo nel 2001. Non era assolutamente il mio mondo, ma visto che ero un po’ smanettone decisi di provare. All’inizio faticai un po’, ma riuscii a stare dietro e a capire bene tutto, sinceramente pensavo di aver trovato la mia strada… finché non arrivò il giorno della certificazione. Bocciato! Pensavo che i test a risposta multipla fossero un po’ più semplici dei tradizionali esami scritti universitari. Credenza smentita quando mi accorsi che chiedevano quale fosse la stringa di comando corretta e magari una differenziava dall’altra per un solo carattere, praticamente impossibile da ricordare a memoria senza averla utilizzata tutti i giorni per diversi anni.

Il top del top però penso di averlo raggiunto al colloquio del mio primo vero lavoro. La parte con le risorse umane va alla grande. Ricordo come fosse ieri quando lei che mi invita ad entrare e la chiacchiera che segue. Ero contento di me, ma la cosa non finiva la, c’era ancora il colloquio con il resp. tecnico da affrontare. Sembra una beffa considerando il lavoro che ho fatto negli ultimi 15 anni. Mi fece fare un problemino di matematica il cui obiettivo era il calcolo della marginalità di una vendita. All’inizio ero entusiasta, mi sembrava semplicissimo, ma c’era qualcosa che sbagliavo e avete presente l’esame di matematica finanziaria? Era tornato lo stesso eco. Uscii dagli uffici sotto un diluvio universale. Attendevo che passasse l’autobus sotto un ombrellino minuscolo, tristissimo per la figuraccia.  Dopo qualche giorno mi comunicarono che avevo passato il colloquio!

Non starete pensando che queste cose accadevano però nel passato e adesso è tutto diverso? Ma scherzate??? Vogliamo parlare della pessima video intervista che non ho neppure il coraggio di rivedere? O della sessione di coaching all’esame di PNL in cui non mi veniva più nulla da chiedere al coachee?

Le figuracce c’erano, ci sono e ci saranno e probabilmente è anche un bene così. Non so di preciso perché ripensando al passato è più facile ricordarsi certi episodi negativi. Forse perché ti lasciano una specie di cicatrice, forse perché sono quegli episodi che ti condizionano di più l’esistenza. Quelli in cui impari davvero una lezione, sono quei momenti in cui come nel film Sliding Doors decidi che porta aprire.

Noi non siamo la somma di questi brutti ricordi, ma siamo la somma dei modi in cui abbiamo agito a questi episodi e soprattutto… la somma di tutto quello che facciamo nei giorni di cui non ricordiamo nulla. Azione dopo azione, decisione dopo decisione,

Rileggendo queste righe mi sento in dovere di chiudere il post di oggi ringraziando tutti quelli che in questi 40 anni hanno creduto in me nonostante tutto. Nonostante le bocciature, nonostante i fallimenti, nonostante certe figuracce, nonostante certe pessime evidenze, ho avuto la fortuna di trovare tante fantastiche persone che comunque hanno creduto in me. Credendo in me mi hanno aiutato a creare la mia strada, a volte lontana dalle prove che affrontavo con insuccesso, altre volte vicinissima.

Grazie sempre! E voi lettori, se nel prossimo futuro vi doveste trovare a dover decidere se dare un’opportunità a qualcuno provate a vedere al di la della semplice prova, magari di fronte a voi siede una grande opportunità.

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